L’ho mai scritto su questo blog quanto mi piaccia andare in bicicletta? No, non credo. Ho la patente di guida dal 18 aprile 2001 ma non credo di averla sfruttata un centesimo di quello che invece ho passato in bicicletta, sulla mia bicicletta nera da uomo con la canna di traverso, mia da almeno dieci anni. Hanno provato a mettermi sotto una volta, un tizio con la sua bella Audi fiammante, ma me la sono cavata con un po’ di lividi e contusioni e per nulla determinata ad abbandonarla in cantina. Tutt’altro. Deve essere qualcosa di ereditario, sì: mio nonno mi portava sempre in bici, e ha continuato a farlo, su e giù per la città, da scuola fino a casa, finché non sono stata troppo grande. Sensi unici presi al contrario e qualche altra mezza infrazione, prima seduta in un seggiolino davanti, e poi su una sorta di panchetto che aveva messo su lui di traverso tra sellino e manubrio. Dovevamo essere davvero buffi da vedere, io con il mio grembiulino bianco e lui, che lo fermavano ogni dieci metri a salutarlo i vecchi colleghi della polizia. Maresciallo, come sta? Il Maresciallo, con la nipotina smunta e sorridente. L’altro mio nonno, quello a cui tutti dicono io assomigli parecchio, non l’ho mai conosciuto però si narra che abbia avuto una fantomatica bicicletta da corsa, bellissima si dice, che poi sia andata perduta chissà dove. Però c’era, una bicicletta. Quella e un carattere fumantino il giusto. Storie d’altri tempi, chissà, che fanno venire in mente quei documentari sull’Italia del dopoguerra che si spostava solo su due ruote o poco più e che seguiva il Giro come se fosse l’unico sport al mondo, altro che il calcio, perchè tutti, giovani, adulti o anziani, non importava in che modo, ogni tanto inforcavano i pedali e correvano via veloci. Veloci come il vento… Mi sono sempre divertita un mondo, in bicicletta. C’è uno strano senso di libertà, antico, dietro quelle ruote e i pedali. Senza cambi shimano, solo piedi, polmoni e voglia di inforcare le vie strette contro mano in barba al traffico. C’è uno strano senso di libertà e di pulizia, di qualcosa di immutato ed intoccato dal tempo. Una salita sulla pavimentazione sconnessa del centro storico sembra una cima insormontabile ma poi… Poi prendi un’altra viuzza verso il basso, svicolando veloce, con il vento nei capelli ed un sorriso soddisfatto. Trin Trin, a due anziane che camminano in mezzo al vicolo del centro storico, pazienti e l’aria sembra quasi farsi di seppia o ocra stinta, come quelle vecchie foto. In barba alle file di fronte ai semafori, ai sensi di marcia, alle rotonde, ai suv e alle macchine. Non ci sono regole da rispettare, solo da stare attenti e volare via veloci, dalla strada al marciapiede, e dal marciapiede attraverso le piazze o i parchi. Vado a salutare i miei aceri, le mie betulle e quelle vecchie querce in fondo al parco Pertini e da lì si può arrivare ovunque, ovunque mi portino i piedi ed il fiato. Nessuna automobile, treno, nave od aereo mi daranno le stesse sensazioni. Solo io, e la mia bicicletta. E il cellulare che squilla per sentire se sono ancora intera perchè tutti qui temono la mia spericolatezza. Ereditata anche quella. Quella e la passione per le arrampicate. Speriamo di aver ereditato pure gli enzimi simil-elfici e una fortuna praticamente sfacciata di fronte a tali prove da scapestrati rompicollo testine di cavolo. ^^