Il Decalogo Musicale Della Vera Prima Donna 11Giu09 | 2

Appena svegliata, o mentre se ne va a lavoro da brava donna in corriera qual’è, si ascolta almeno una volta Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen (possibilmente anticipata da All we ever wanted was everything dei Bauhaus e seguita da Reise Reise dei Rammstein così da arrivare in ufficio bella carica) immaginando di avere l’estensione vocale della Callas.

Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen,
Tod und Verzweiflung flammet um mich her!
Fühlt nicht durch dich Sarastro Todesschmerzen,
So bist du meine Tochter nimmermehr.
Verstossen sei auf ewig,
Verlassen sei auf ewig,
Zertrümmert sei’n auf ewig
Alle Bande der Natur
Wenn nicht durch dich Sarastro wird erblassen!
Hört, Rachegötter, hört der Mutter Schwur!

Perché la musica ha la sua stramaledettissima importanza quando si passano 8-9-10 ore a smanettare al pc dietro a css, html, php, mysql, manuali utente da scrivere, clienti psicotici da accontentare e colleghi adorabilmente pazzi da legare!
Premesso che gli anni ‘80 musicalmente sono il male assoluto (ma anche no! NdEvan che ammicca in direzione di Messer Bedrich) potrei salvarli perché hanno prodotto un miscuglio di generi assolutamente assurdi e nelle mie attuali corde tipo il Post-punk/Gothic!

Ergo urge un sunto di ciò che si sta sorbendo il mio Ipod ultimamente fomentato da menti più depravate della mia, che è tutto dire! U_U
New entries: Abney Park, She Wants Revenge, IAMX e Opeth.
Confermati: Rammstein, Warrel Dane, Nevermore, David Bowie, Peter Murphy, Bauhaus, Faun, Clint Mansell e Caparezza.
Recuperati: Nine Inch Nails.

Altre novità: domenica su Sky trasmettono la prima puntata della mini-serie BBC sul commissario Kurt Wallander! Scania, Ystad e Malmö arrivo!!! Aprite il ponte sull’Oresund!!! Se questi signori vichinghi sono riusciti ad eleggere un euro-parlamentare mezzo pirata mezzo hacker inizio seriamente a pensare di essere nata nella nazione sbagliata!!!

Uomini Che Odiano Le Donne – Il Film 06Giu09 | 2

chenfatti astofirm ancerto momento cestà la regazzina piena de bulloni che se tu je prendi e je dai tanto de simpatia contro voja poi tte scrive a bibbia su a panza… © Il Mi(s)ticoh Fede

Va fatta una premessa, ritengo, quando un libro particolarmente amato, nel mio caso fino a rasentare l’ossessione, viene trasposto cinematograficamente: ovvero che non sarà come leggere la stessa storia nero su bianco. Ci saranno tagli, modifiche, aggiustature. Tutte cose che penso si possano tollerare a patto di mantenere inalterato lo spirito della storia, quello che ti ha trasmesso, ciò per cui è scattata nella mente e nell’animo la classica molla della passione puramente letteraria.
Ridurre quasi 700 pagine in due ore e mezzo di film, con la ferma volontà di dire tutto il possibile affinché chi non le ha lette capisca ed intenda i più piccoli particolari utili alla vicenda, credo che sia difficile. Ricordo quando accadde con Il Signore Degli Anelli: tutto ciò che non era strettamente necessario al complessivo funzionamento della trama venne tolto. Giusto? Sbagliato? Chissà!
Così è successo con Uomini Che Odiano Le Donne: ridotto all’osso il rapporto tra Erika e Mikael (e, personalmente, non ne ho sentito la mancanza), sostituiti un paio di personaggi, velocizzato il finale, cambiate alcune soluzioni di trama, alcune meno azzeccate di altre, ed anticipati alcuni eventi.
Al diavolo i puristi, per quello che mi riguarda, perché il risultato è stato concentrarsi innanzitutto su Lisbeth, sul suo rapporto con Blomkvist (Nyqvist lo interpreta benissimo, rendendolo più dolce ed amichevole, tenero, ironico, intenso e sornione di come sia nel libro, in cui è un vero e proprio sciupa-femmine, anche se in buona fede) e Bjurman (spaventosamente bravo e ripugnante l’attore che l’ha interpretato, da far accapponare la pelle), sul suo passato, sul suo presente, altrettanto violento, quindi sul caso investigativo della scomparsa di Harriet, con soluzioni visivamente molto accattivanti sul suo procedere.
Il risultato è stato vedere esattamente ciò che avevo immaginato durante la lettura, luoghi, personaggi, situazioni, rivivendo le stesse sensazioni, la stessa tensione, la stessa rabbia, la stessa disturbante immedesimazione nelle vicende, lo stesso desiderio di vendetta.
Noomi Rapace è assolutamente perfetta e, con i suoi muscoli e maggiore maturità fisica e nei lineamenti, più realistica della Lisbeth letteraria. Basta ascoltare qualche sua intervista per capire che ha “vissuto” il suo personaggio e l’ha compreso in pieno.
Guardando poi il film se ne ha la conferma.
Perché le basta uno sguardo per trasmettere tutto quello che le turbina e ribolle dentro, le basta arricciare le labbra per schernire Kalle, le basta gridare e dimenarsi come un animale selvatico chiuso in gabbia per rendere ancora più straziante quello che, chi ha letto il libro, sa già che dovrà succedere e non si potrà evitare in alcun modo. Dopo di ciò le basta una battuta per conquistarsi le simpatie del pubblico nel momento in cui si prende la sua parte di rivincita ribaltando la sua sorte e cambiando il suo destino. Le basta un bacio, un amplesso frettoloso ed il modo tutto suo, brusco, tutt’altro che femminile, ma paradossalmente tenero, di conquistare Mikael, per farli diventare una vera coppia, azzeccata, inusuale ma piena di complicità ed attaccamento.
Lisbeth è il cuore della trilogia Millenium, il ragnetto sgraziato, anti-femminile e ritroso, schivo come una bestiola, che ha reso questi libri delle icone, al di là delle critiche che sono state mosse loro. Al di là della lunghezza e dello stile a tratti un po’ documentaristico e didascalico. E’ il motivo per cui ho letto i romanzi e vorrei leggerne ancora, anche se non è possibile: per poter vivere ancora le sue avventure.
Lisbeth è un’icona fuori da ogni schema e definizione, che se sapesse di essere diventata tale s’incazzerebbe come una iena e manderebbe affanculo chi può averlo pensato. Però è tale.
E’ un simbolo di volontà e di riscatto, di reazione sempre e comunque a quello che le accade, soprattutto a ciò che le nuoce, con una lucidità non sempre limpida, piena di complessità e sfaccettature. Dark, complessa e problematica, un angelo nerissimo e caduto, con una morale discutibile ma ferrea ed incorruttibile, che va contro tutto e tutti coloro che in nome di un presunto potere lo esercitano sui deboli, umiliandoli nel corpo e nell’anima. Un’anti-eroina tuttavia eroica e spietata, che non ha mai conosciuto l’amore e che ne è spaventata non appena sente di avvicinarsi ad esso. E’ una creatura fragile e sensibile, segnata da cicatrici interiori, ma bisognosa di calore, che si ama o si odia, senza mezze misure. Ma non rimane di certo indifferente.
Perché rimane dentro, anche a mesi di distanza.
Così è nel film, ed è per questo che per me è riuscitissimo, perché ne ha lasciato inalterato lo stesso spirito simbolico, la stessa forza, lo stesso, spesso moralmente opinabile, messaggio.
Non sarebbe stato lo stesso se avessero conservato tutti i particolari della trama e dei personaggi secondari, facendo la gioia dei puristi critici, ma non ci fosse stato lo sguardo intenso di Noomi Rapace a bucare lo schermo.

Grazie. 05Giu09 | 4

Andando per ordine.
Grazie a Trenitalia, che mi ha scarrozzato per circa 600 km nel giro di tre giorni.
Grazie alla pioggia all’arrivo, agli abbracci e agli urletti alla toilette della stazione.
Grazie al peso morto della mia sacca della palestra, dello zaino di Paiolo e della borsa a tracolla che completa la mise da nomade irrequieta: passeggiando in due sotto un ombrello e chiacchierando nel frattempo, non si sentono neppure tanto. Andata e ritorno.
Grazie alle mansarde in centro, che rendono tutto più raccolto, protetto, speciale e bohemien.
Grazie ai mini supermarket, dove puoi acquistare di tutto, progettare pranzi tutt’altro che leggeri, e fingere di bisticciarti per zucchine, melanzane, yogurt all’amarena, per chi paga il conto e chi tiene la busta più pesante.
Grazie alla Lush, alla Feltrinelli, alle balliste, ai libri regalati a tradimento.
Grazie ai cani, ai beagle docili e ai bastardini mordaci.
Grazie a Padova e ai portici, i negozietti, il mercato delle erbe ed i venditori di banane nane, le zone pedonali e quelle che non lo sono affatto, agli automobilisti che mi hanno misericordiosamente schivata in quest’ultime, la goliardia universitaria, le finestre socchiuse, i fiori sui davanzali, le facciate diroccate, i caffè rivoluzionari e i pub scozzesi.
Grazie al Santo, alla piazza del mercato, i chiostri, le magnolie giganti, i giardini botanici, la natura rigogliosa in cui perdersi è una tentazione enorme, agli aceri giapponesi, alle querce e ai platani.
Grazie all’immenso ed appagante stordimento che provo ogni volta in cui assaporo da vicino l’essenza sacra e terribile degli alberi e delle piante, il profumo dei tigli, l’odore del muschio sulle cortecce, la calma serafica e paziente indotta dall’attesa dell’attimo perfetto in cui scattare una fotografia, mentre il vento muove le fronde.
Grazie alle fotografie, fatte e ricevute, che non sono mai abbastanza, ma pur sempre troppe da mettere a posto in poco tempo ma che arricchiscono i ricordi e fanno rivivere tutti quei momenti.
Grazie ai due fornelli e al cibo che ci abbiamo preparato secondo la ben nota leggerezza culinaria mannarica, al sushi, al cibo messicano, agli spritz bevuti d’un colpo, al caffè con tequila e cannella, ai digestivi alla liquirizia.
Grazie ai sonnellini pomeridiani sul divano, ai risvegli con le campane, al casino tra cucina e salotto, alle ore piccole a parlare, ricordare, cercare di capire e crescere, ridere, disegnare, scrivere, guardare film con adorabili e mefistofelici vecchietti irlandesi, a dopare Evan e Regolus riempiendoli di risorse e programmi utili.
Grazie alle esperienze medievali, tra le quali una doccia ghiacciata, prove umilianti di corsetti e ripetute ustioni ai fornelli.
Grazie al viva-voce del mio cellulare, alle telefonate zen del Mistico e alle risate rassicurate e liberatorie che ne sono seguite.
Grazie ai tassisti anche quando arrivano in anticipo, ai cinematografi, a Stieg Larsson, a Uomini Che Odiano Le Donne, a Lisbeth Salander, Mikael Blomkvist, alle dosi inumane di caramelle gommose e pop corn, e quest’ultimi che poi sono caduti per terra creandoci il vuoto attorno ed attirandoci gli sguardi perplessi degli altri spettatori.
Grazie alla serenità e alla piacevolezza di un incontro, alla condivisione, all’attaccamento.
Grazie all’amicizia e alle forme bizzarre ed imprevedibili in cui si sviluppa e si consolida.
Grazie agli abbracci e alle coccole, ai riccioli fatti con i lunghissimi capelli di Vy arrotolati attorno alle mie dita in un momento un po’ teso ma superato in fretta.
Grazie agli innumerevoli impegni che mi hanno costretta a scrivere soltanto ora ma che non mi impediranno presto di riprendere il treno e tornare a rivivere tutto questo.

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