Credo proprio di aver sperimentato su me stessa una serie abbastanza eterogenea di ciò che si può definire *fine di un’amicizia*. In tutti i sensi, a dir la verità, e a volte mi sorprendo a scoprire che può essercene pure una nuova, di modalità, attraverso cui un’amicizia, o un rapporto presunto tale, finisce. In 24 anni di vita posso dire di averne viste abbastanza da scriverci un libro, e forse un giorno lo farò. Ne ho conosciuti, di *casi umani*, e tra di essi annovero pure me stessa. Perchè non mi si venga a dire che la colpa viene sempre data agli altri, e mai a se stessi. Ci ragionavo oggi, in preda ad un attacco di razionalità improvvisa, di quelli in grado di tirare fuori il mio miglior, quasi compassato, eppure così necessario, cinismo. Di quelli che permettono di guardarsi indietro con un sano distacco, e non con il caro rancore e rimorso che sarebbe troppo facile invocare in situazioni del genere. Ci ragionavo e… La cosa più strana è che, vada come vada, non perdo la fiducia nell’amicizia in sé, inteso come valore, come un qualcosa che lega le persone al di là del sesso, delle differenze, come qualcosa di assolutamente diverso dall’amore ma che l’amore stesso necessita come premessa, come base di fondamento. L’amore senza amicizia non fa per me, non sarei innamorata del mio migliore amico da sei anni, se non fosse così, in fin dei conti. Non perdo la fiducia nell’amicizia, ma, sinceramente, mi lascia perplesso il modo con cui, negli anni, rapporti definiti tali siano finiti, il modo con cui la fine di essa possa esser stata dissimulata o, d’altro canto, ricercata con ardore, o ancora, istigata da terzi. Ho rotto amicizie nelle lacrime, talvolta, nelle urla, altre volte, nello sconforto, anche, oppure molti rapporti si sono logorati col tempo, e, lentamente, mi sono persa di vista, volendo oppure no, nel corso degli anni, con una malcelata ipocrisia, quasi vergogna o vigliaccheria, ad ammettere che fosse successo. Come quando continui a comprare il regalo di compleanno ad una persona sapendo che la vedrai solo quel giorno e stop, neppure fosse un parente in *visita d’ipocrisia*, e non di cortesia… Le *visite d’ipocrisia* mi lasciano altresì perplessa, e Natale si presta così bene, alle visite di cortesia in un modo che trovo abbastanza spiacevole. Non mi va, sinceramente, che una persona che non si è fatta sentire per tre mesi, per motivi che posso solo intuire ma che non mi riguardano direttamente (leggasi *ripicca*), si faccia viva per gli auguri. Non mi va, lo trovo falso e presuntuoso. Piuttosto aspetta che finiscano le feste e fatti viva poi, ma la scusa degli auguri non mi piace. Lo so, sono io quella che non è mai contenta, ma su certe cose scendo male a compromessi, non riesco a mettere tutto da parte subito, specialmente con tali premesse. Sono permalosa, dura e cinica, se qualcosa ha da finire, finisce, se si può salvare, se può *resuscitare* dopo anni, ben venga, ma non inventatemi balle, piuttosto evitate una figura misera, o l’imbarazzante silenzio che sono capace di creare per una situazione del genere. Negli anni sono stata molto possessiva, ai limiti del morboso e del malsano, non ho avuto amicizie neutre ai tempi dell’adolescenza, ho sempre preteso molto, pure troppo, ho dato molto, tuttavia, anche se la mia incapacità di capire taluni problemi strutturali hanno fatto il resto. Ho sofferto molto, ho pianto e spesso ho raccolto i pezzi di rapporti logori solo per vederli crollare subito dopo, per colpa del mio carattere, della mia ostinazione e della mia tendenza ad aggrapparmi alle persone, per questo oggi sono così, con i miei blocchi emotivi, con una certa disillusione nel concreto e fiducia cieca nell’astratto, nella teoria. La mia totale fiducia l’hanno pochissime persone, oggi, e non mi dispiace ammetterlo. D’altro canto ho imparato che non bisogna avere UN amico, ma MOLTI amici, anche se è umanamente impossibile avere con tutti un certo livello di intesa intellettiva ed emotiva. Ho imparato che non si finisce mai d’imparare, e che bisogna chiedere scusa. L’ho fatto, ho avuto il mio momento di catarsi, un luminoso pomeriggio d’Aprile di quest’anno, e non mi ha fatto male come temevo, anzi, a volte, ho creduto che a parlare fosse un’altra persona, perchè un’altra persona aveva fatto ciò per cui dovevo chiedere scusa. Ho avuto modo di esorcizzare il mio karma, una sera di Novembre, ed ho pianto, di gioia, come se mi fossi levata un peso dal cuore, dal petto, da tutto il corpo e tutta la mente. Questo 2006 non è stato un cattivo anno, in fine dei conti, e fanculo agli esami, in tutta sincerità… Fanculo all’università e al futuro, ho pensato al presente e me lo sono goduto, ho scritto, ho sognato, e spesso mi sono persa in quei sogni, e c’è chi mi ha tirato fuori dalla mia malinconia, e che ora mi tiene salda a sé e alla realtà, e lotta per me, e per il nostro rapporto. Perchè è questo che conta, che ci sia sempre qualcosa per cui lottare, alla fine dei conti, e che questo sia qualcosa che lega, indissolubilmente, delle menti. Che le esalti, che le stimoli, che le faccia crescere.

Il resto, è mera contingenza.